Le foto lo ritraggono in momenti diversi della sua lunga carriera accademica, svolta presso la Clinica Oculistica dell'Università di Genova, successivamente confluita nel DiNOG (Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica). Nella foto centrale è ritratto il momento in cui la Commissione Accademica conferisce il Diploma di Laurea in Medicina e Chirurgia ad uno studente del Corso. In tale foto sono visibili, procedendo da sinistra a destra: Guido Corallo, Professore Aggregato presso la Clinica Oculistica; il Prof. Mario Zingirian, Direttore della Clinica Oculistica; il Prof. Giovanni Brambilla, Direttore dell'Istituto di Farmacologia; il Prof. Umberto Maria Marinari, Direttore dell'Istituto di Patologia Generale e Preside pro-tempore della Facoltà; l'anno è il 1997.

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Maggio 2026 - Ho appena pubblicato il mio ventitreesimo titolo. Si tratta di un’impresa che ha richiesto molto impegno, approdata alla realizzazione di un libro che rappresenta forse la mia opera più significativa. Essa giunge, infatti, alla fine di tutto un lungo percorso investigativo in campo filosofico e dopo la pubblicazione di vari saggi, dei quali questo libro rappresenta una sintesi complessiva, peraltro implementata dalla trattazione di molti altri temi che in precedenza non erano stati affrontati. L'esposizione è chiara, piana, per nulla tecnica e tanto meno "iniziatica". E' un libro particolarmente adatto a chi sia allergico all'esortazione a "non porsi troppe domande". Se ne possono avere maggiori dettagli nella sezione "I miei libri". Buona lettura! 

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Della Cerimonia di Premiazione, che si è svolta, il 13 maggio 2026, si possono reperire maggiori dettagli nelle sezioni «News (novità, attualità)» e in quella «Premi e riconoscimenti (galleria fotografica)» di questo sito. La sede dell'evento è stata lo storico Palazzo Balbi-Cattaneo di Genova (Sec. XVI-XVII), uno dei "Palazzi dei Rolli" che sono Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Esso è attualmente sede della Scuola di Scienze Umanistiche dell'Università di Genova, nella cui Aula Magna si è svolto l'evento.

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Sono passati ben 10 anni da quando Giulio Regeni, dottorando italiano in scienze economiche e sociali presso l'Università di Cambridge, è stato barbaramente ucciso, nel più efferato dei modi, dalla polizia segreta egiziana (siamo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2016; persino la data precisa della sua morte resta ignota). Aveva appena 28 anni, e la sua sola colpa era quella di essere uno studioso, che stava effettuando un'indagine sulle dinamiche sindacali che trovano attuazione presso il Paese in cui si era recato. Fin da subito il compito di rendergli giustizia e di punire i suoi feroci assassini è apparso arduo, per vari motivi. L'Egitto è uno Stato autoritario, con tutto quel che ne consegue. L'Italia, per parte sua, ha interesse a mantenere buoni rapporti con l'Egitto, per ragioni politiche ed economiche. Per farla breve, è emerso con prepotenza, anche in questo caso, tutto quanto l’immenso cinismo che è proprio di quell'oscenità alla quale viene dato il nome di "ragion di Stato". Grazie all'instancabile impegno degli ammirevoli genitori di Giulio, e a quello dei loro sostenitori, alla fine un processo penale è stato avviato, in Italia, ed è tuttora in corso. Ma - diciamoci la verità - anche qualora fossero individuati inequivocabilmente, e di conseguenza condannati, i responsabili di tanto orrore, chi è davvero  così ingenuo da pensare che l'Egitto sarebbe disposto ad estradarli in Italia perché scontino la propria pena? Con ciò voglio dire che - con tutta probabilità - nella migliore delle ipotesi non si andrà oltre l'atto simbolico della condanna in contumacia di individui (non riesco a chiamarli "persone") che resteranno comunque a piede libero. Sarebbe un'infamia. Non c'è altro termine per definire una cosa simile. Eppure è ciò che probabilmente accadrà. A questo punto sarà almeno doveroso mantenere vivo il ricordo di Giulio, al duplice scopo di onorare la sua memoria (che dopo dieci anni nella mente delle persone si sarà sicuramente sbiadita, se non cancellata del tutto) e di richiamare all'attenzione della gente l'efferatezza alla quale i regimi autoritari fanno disinvoltamente, abitualmente e impunemente ricorso. Questo, anche al fine di riaccendere e di ravvivare, in tutti noi, l'amore per la libertà e per la democrazia. Quando qui da noi sentiamo suonare il campanello di casa è difficile che sussultiamo in preda al panico. Il più delle volte si tratta di un fattorino di Amazon che ci deve consegnare un pacchettino, o di un rider che ci porta a casa la nostra pizza preferita (un rider spesso sfruttato e sottopagato, segno che anche la democrazia ha comunque bisogno di migliorare...), o ancora del postino che ci deve recapitare della corrispondenza. Nei Paesi autoritari lo stesso suono del campanello - ammesso che non vi buttino giù la porta - può precedere di alcuni istanti soltanto il vostro prelevamento forzato da casa e la vostra successiva uccisione. A botta calda, quando l’assassinio di Giulio era ancora recente, molti municipi di Comuni italiani esposero uno striscione di aspetto simile a quello ritratto nella figura qui sopra. Poi se ne videro sempre meno. Nel frattempo, aveva prevalso, per l'ennesima volta, l'odiosa faziosità della quale gli italiani cadono ormai preda pressoché di regola. Si fece strada l'idea che l'esposizione di quello striscione fosse roba da "gente di sinistra", da "comunisti". Quello striscione lo si vide allora sparire, salvo rare, lodevoli eccezioni, praticamente da tutte le facciate dei palazzi comunali delle città amministrate dalle destre. Dov’era la logica di tutto ciò? Innanzitutto essa risiedeva nella faziosità, come già detto. Si tratta di quella faziosità ottusa che non si arresta neppure di fronte all'esigenza - che pure dovrebbe sorgere imperativa - di provare pietà umana, di fronte allo scempio di cui una persona innocente è rimasta vittima. Qui - sia detto per inciso - si aprirebbe un discorso molto ampio, relativo a quel "doppiopesismo" del quale spesso le destre fanno colpa alla sinistra, salvo poi praticarlo esse per prime, a piene mani. Mi limito, pertanto, a due soli esempi di questo "doppiopesismo" (termine che poi può ben essere tradotto come "ipocrisia espressa al suo massimo livello"): quello rappresentato da una proclamazione a gran voce dello slogan "Dio-Patria-Famiglia", cui corrisponde regolarmente il tradimento di ciascuna delle voci che compongono quella triade (Dio viene il più delle volte invocato per chiedergli di assicurare la vittoria di guerre dichiarate da spregiudicati sopraffattori; la Patria, la Nazione, viene ogni giorno danneggiata, mortificata e sacrificata alle questioni ideologiche; basti pensare a quanto bene farebbe all'Italia, dal punto di vista economico ma non solo, una esplicita e sincera adesione all'ideale europeo, al quale si guarda invece con diffidenza per non dispiacere, sempre per motivazioni di bieca affinità ideologica, al "padrone del Mondo" d'oltreoceano; quanto alla famiglia, si predica e si caldeggia, come da un pulpito medievale, il suo modello tradizionale e la sua indissolubilità, quando poi i primi a mandare in frantumi tale modello sono proprio, per ironia della sorte, quegli stessi predicatori). Infine esiste - ed è molto diffusa a destra - quel tipo di ipocrisia spregevole che giunge persino ad adottare due pesi e due misure di fronte a cose tragiche come l'uccisione violenta di un innocente. Ragion per cui si convocano adunate di massa per commemorare l'uccisione di Sergio Ramelli (episodio di violenza vergognoso, esecrabile, da condannare senza se e senza ma, beninteso), mentre si ignora, o si fa finta di non vedere, quell'altra uccisione non meno efferata, quella di Giulio Regeni, solo perché Giulio non era uno dei loro. Inoltre - lo si sa bene - le destre amano i regimi retti dall'"uomo forte" (ruolo, nella fattispecie, impersonato dal generale egiziano Al Sisi). Amano svisceratamente, inoltre, le "divise", a prescindere dai comportamenti di chi le indossa. Chi porta la divisa "ha sempre ragione", per costoro. Anche se, nel caso specifico, se la era temporaneamente tolta per indossare l'abito del boia. Si impone anche qui una puntualizzazione. Chi indossa la divisa all'interno di uno Stato democratico merita solo rispetto e gratitudine, perché le forze dell'ordine fanno sì che la legge venga osservata e salvaguardano la sicurezza dei cittadini. Dunque svolgono un ruolo fondamentale e nobile, facendolo a prezzo di grandi sacrifici e di rischi enormi, che arrivano fino al punto di mettere in gioco addirittura le loro vite. Tutte cose alle quali non corrisponde neppure una retribuzione sufficientemente adeguata. Massimo rispetto, dunque. Su questo non può esservi discussione. Purtroppo, però, può accadere - e per fortuna accade assai di rado - che persino all'interno delle forze dell'ordine sia presente ogni tanto qualche mela marcia. Ciò non deve sorprendere più di tanto. E' cosa che accade nell'ambito di qualsiasi categoria di persone, nessuna esclusa. Ebbene, in questi casi - divisa o non divisa - deve valere la regola che vuole che la legge sia uguale per tutti. Sembra lapalissiano asserire ciò. Sennonché le destre hanno un culto talmente sviscerato per le divise, per i gradi, per le stellette, che fanno molta fatica a riconoscere la colpa persino in un militare che abbia palesemente violato la legge. E' tutta qui la faccenda. Il punto, cioè, è tutto nel fatto che certuni proprio non ce la fanno a vedere l'uomo in divisa nella veste dell'imputato, sulla base di un pregiudizio tanto radicato quanto errato. Collocandomi io a svariati miliardi di anni luce di distanza da chi, di fronte ad una vittima di violenza, si chiede innanzitutto se questa apparteneva o meno ai suoi, prima di manifestare umana pietà, nonché da chi instaura un assurdo automatismo, tale per cui chi indossa una divisa ha ragione sempre e comunque, anche se viola la legge, desidero affiggere quello striscione simbolico in cima alla mia home page, che dovrebbe essere dedicata in primis al mio profilo. Un profilo che è comunque consultabile più avanti e che questa, così come le successive puntualizzazioni preliminari che potrete leggere se lo vorrete, contribuiranno a rendere ancora più preciso e più ben delineato. Lo lascerò lì appeso ad oltranza, quello striscione, come biglietto da visita che possa imprimere una prima pennellata efficace a quello che è il mio ritratto, almeno fino a che la vicenda giudiziaria in corso non avrà avuto un epilogo che possa dirsi minimamente dignitoso. Evenienza che tuttavia appare, ahimè, piuttosto remota. Non ci si può fare grandi illusioni, in proposito. Ma lottare per mantenere viva la memoria di Giulio è cosa che corrisponde a quel minimo sindacale che dovrebbe spingere qualsiasi persona di buona volontà ad attivarsi al suo meglio, al fine di raggiungere quello scopo.

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Gentile visitatore, desidero chiarirti subito una cosa, per evitare di farti perdere del tempo prezioso intraprendendo la lettura di un profilo (puoi consultarlo più avanti, se vuoi) che potrebbe deludere le tue aspettative. Quindi ti dico subito che non sono uno scrittore di gialli, noir, o generi affini. Non mi annovero, cioè, tra coloro che non concepiscono lo scrivere se non nella forma della narrazione delle gesta del commissario, maresciallo, o procuratore "tal dei tali". Per me scrivere significa essenzialmente - e lo testimonia una parte significativa delle pagine che ho prodotto - esercitare il pensiero critico, praticare l'investigazione filosofica e cercare di esprimere il mio attivismo ed il mio impegno civile a supporto di istanze come quelle che puoi leggere sui cartelli che compaiono nella figura che vedi qui sopra, realizzata dall' "Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica". Un'Associazione che ritengo particolarmente meritoria, della quale faccio parte da un mucchio di anni e dei cui principi e ideali cerco di farmi portatore come suo attivista, nei limiti delle mie possibilità. I miei libri si occupano anche di molti altri argomenti, beninteso, ma non - come ripeto - della narrazione di storie investigative (mi pare che di cultori di questo genere letterario se ne trovino già a sufficienza in giro; credo che l'immagine riportata qui sotto, che ho ottenuto con l'ausilio dell'AI, esprima efficacemente la mia visione delle cose, in proposito). Ciò precisato, vedi tu cosa fare. Io spero che deciderai di proseguire, e dunque di leggere il mio profilo e - se lo riterrai - di sfogliare le pagine di questo sito. Grazie comunque, anche nel caso che tu non ritenga di volerti addentrare oltre.

Immagine ottenuta mediante l’utilizzo dell'Intelligenza Artificiale.

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Queste tre tessere testimoniano della mia appartenenza ad altrettante Associazioni che sono rappresentative a 360° di quello che è il mio ruolo di attivista a difesa dei diritti umani, civili e sociali delle persone, a difesa della libertà di ricerca scientifica, del diritto all'autodeterminazione dell'individuo (dunque un SI' netto alla legalizzazione dell'eutanasia e del suicidio assistito), quello che è il mio impegno a difesa della laicità e della libertà di culto (includendovi anche, ovviamente, la libertà di non credere), quello che è il mio ulteriore impegno volto al contrasto e al rifiuto di ogni forma di violenza, di prevaricazione, di sopraffazione. 

 

Avverto qui il bisogno di fare alcune puntualizzazioni, dal momento che, particolarmente per quanto riguarda gli ultimi due punti, essi vengono spesso completamente fraintesi (non di rado lo sono deliberatamente, dolosamente). Difesa della laicità non vuol dire affatto praticare il proselitismo a favore dell'ateismo, né nutrire ostilità verso le religioni, ma solo ed esclusivamente esercitare la tutela dei diritti di chi non crede. Diritti che possono essere goduti soltanto in uno Stato il cui potere sia nettamente separato e distinto dal potere religioso. E questo non solo a parole, non solo sulla carta. Quanto al ripudio della violenza e della guerra, vorrei chiarire bene la mia posizione, che non è quella di certi pacifisti tanto fondamentalisti quanto ingenui, i quali credono che basti urlare la parola "pace" per ottenerla. Magari fosse così semplice! Il mio rifiuto della guerra, intesa come mezzo di aggressione, come modalità di sopraffazione che si fa beffe di ogni tipo di mediazione diplomatica, è netto, senza se e senza ma. Ma esso non può, né potrebbe mai corrispondere ad un "porgere l'altra guancia" in caso di aggressione (il riferimento all'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa non è certo qui casuale). Se si è vittime dell'impiego della forza, occorre difendersi, e questo implica l'impiego, a propria volta, della forza. Francamente, dal mio punto di vista non vedo alternative di sorta. Quanto alle polemiche sul riarmo dei vari eserciti europei, di cui tanto si parla attualmente dopo gli stravolgimenti geopolitici ai quali abbiamo assistito e stiamo tuttora assistendo, premesso che io detesto le armi, ritengo peraltro che qui ci troviamo di fronte ad una necessità di fatto, imposta dagli eventi. Piaccia o non piaccia. E' molto facile sfruttare argomenti come quello secondo il quale i costi delle spese destinate agli armamenti vanno a scapito dei finanziamenti che dovrebbero spettare alla sanità. Chi sfrutta questi puerili mezzucci dialettici sa bene che "si fa bello con poco sforzo", in quanto appare saggio, illuminato, bravo e buono, non facendo alcuna fatica per essere percepito come tale. Sicché è molto forte la tentazione di andargli dietro, di assecondare le sue tesi. Peccato solo che egli non consideri affatto una cosa che sarebbe inevitabile, se si facesse come dice lui. Voglio dire che, se ci mostrassimo inermi e indifesi, quella bella sanità che tutti amiamo e auspichiamo florida  andrebbe a farsi benedire, colerebbe totalmente a picco, all'interno di un territorio che - non avendo fatto nulla per non restare inerme e indifeso - rischierebbe fortemente di essere invaso, messo a soqquadro, i cui ospedali sarebbero completamente distrutti (a proposito, non mi direte che a Gaza, dopo che è stata rasa al suolo, la sanità funziona meglio di prima; magari non sarà mai stata un granché, ma sta di fatto che ora è praticamente azzerata). Di qui l'enorme importanza dell'"effetto deterrenza" che le armi sono in grado di sortire. Qui non si tratta di subire il fascino di carri armati e cannoni, ma di essere semplicemente realisti. Il mondo ha subito una tremenda sterzata, dopo che gli organismi diplomatici internazionali (ONU in primis) sono stati praticamente esautorati (in realtà dopo essere stati colpevolmente a lungo inerti e inefficienti, e di conseguenza poi ignorati e svuotati di ogni potere; certe cose sembrano nascere dalla sera al mattino, ma purtroppo sono il frutto di una lunga gestazione...). Morale della favola, oggigiorno ha ripreso estremo vigore il prevalere su tutto della forza bruta. Nelle dinamiche tra Stati, pertanto, ciò che davvero conta è il peso dei vari eserciti. Nel nostro immaginario - a parte l'esserci cullati per decenni nell'illusione che lo "Zio Sam" ci avrebbe protetto in eterno - ci siamo forse percepiti come "potenti" sulla base dei nostri PIL, del nostro peso economico. Questo è importante, importantissimo per il benessere delle popolazioni, è fin troppo ovvio rilevarlo, ma alla fine dei conti, quando sorgono drammaticamente le "questioni del contendere" ciò che contano sono gli eserciti. La Russia ha un peso economico significativamente più basso rispetto all'Unione Europea (se non vado errato, pari ad appena un decimo di questo), ma Putin si permette, nonostante ciò, di fare il bullo a suo piacimento, grazie al fatto di avere un grande esercito e di disporre di una marea di armi micidiali. Del resto, abbiamo appena scoperto l'acqua calda, dicendo questo. Già Stalin ebbe a chiedere a Churchill, in occasione dell'incontro di Yalta, di quante divisioni di fanteria disponesse il Papa. Avendone avuto, come risposta, l'informazione che questi aveva a disposizione solo un drappello di Guardie Svizzere, si fece una crassa risata. Ecco come si ragiona quando sono in gioco i veri rapporti di forza tra Stati. Non è, dunque, che si vanno a confrontare i vari PIL, ma si contano, molto più prosaicamente, le testate missilistiche. Ergo, il rischio attuale è che qualcuno si faccia di noi un sol boccone, e che lo faccia anche sbeffeggiandoci e ridendoci sguaiatamente sopra, se restiamo inerti e inermi. Lo vogliamo davvero, tutto questo? No? E allora sveglia, perbacco!

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Il mio profilo

"Come faccio a spiegare a mia moglie che, mentre me ne resto a guardare attraverso una finestra, in realtà sto lavorando?"

                                                      Joseph Conrad

"Il mestiere dell'Uomo è pensare. Pensare autonomamente, coscientemente, lucidamente, per costruire un sistema libero di interpretazione del mondo, da condividere e dibattere con i suoi contemporanei e da lasciare in eredità alle generazioni future"

                                                Umberto Veronesi

"Al mattino, quando non hai voglia di alzarti, ti sia presente questo pensiero: mi sveglio per compiere il mio mestiere di uomo"

                                                 Marco Aurelio

Sono un medico Oftalmologo che ha svolto la sua intera carriera - parallelamente esercitando la libera professione - presso la Cinica Oculistica dell'Università di Genova (poi confluita nel Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dello stesso Ateneo), avendo la fortuna di averne vissuto, in anni purtroppo lontani e in un contesto unico e irreplicabile, il periodo di massimo fulgore e di più grande prestigio, con l’orgoglio di avervi contribuito, per modesto che possa essere stato tale contributo.

 

Già a partire dagli anni immediatamente precedenti il mio pensionamento, ho iniziato ad avvertire l'esigenza di fare il "punto nave", di "mettere ordine nei cassetti", di chiarire a me stesso una quantità di idee e di quesiti che mi affollavano la mente, provocando un ronzio abbastanza frastornante. Una volta affrancato dai miei gravosi impegni lavorativi, ho potuto finalmente dedicarmi a quest'opera di "riordino delle idee", e l'ho praticata nella maniera a me più congeniale, ossia scrivendo. Nel farlo, mi sono tornate alla mente le parole di Fernando Pessoa, quando asseriva "Scrivo non per dire ciò che penso, ma per pensare". E' proprio vero. Scrivere è un modo per chiarire le idee in primo luogo a se stessi. 

 

Il frutto principale di quest'opera di "riordino delle idee" è stato il mio libro "Quota periscopio", una raccolta di riflessioni apparentemente indipendenti le une dalle altre e prive di collegamenti stretti tra loro, ma in realtà tenute saldamente assieme da un fil rouge che alla fine conferisce ad esse un carattere unitario, che si traduce poi nella mia visione esistenziale, nel mio modo di guardare all'umanità e all'universo. Se proprio si volessero far rientrare queste mie angolazioni prospettiche in una qualche classificazione, direi che si potrebbe farle ricadere nella corrente filosofica dell'esistenzialismo ateo (quello di cui Sartre è considerato il massimo esponente) e in quella concezione meccanicistico-fisicalista della vita e del mondo alla quale è estraneo qualsiasi riferimento alla trascendenza. A tutto ciò aggiungasi, per completare il mio ritratto, il mio essere - quanto a collocazione socio-politica - un democratico, un progressista, un antifascista, un europeista, uno che ha in orrore ogni forma di autoritarismo, un liberal-socialista con molte affinità nei confronti dei Radicali, assai sensibile al tema della difesa dei diritti umani, civili e sociali delle persone, della tutela dei diritti delle minoranze, della concreta realizzazione di uno Stato laico che sia davvero - e non solo in via meramente teorica - libero da qualsiasi sudditanza confessionale. Tutte tematiche alle quali da sempre indirizzo il mio impegno civile, anche per mezzo delle tante pagine appassionate che ho dedicato loro e che compaiono in molti dei miei scritti, oltre che mediante il mio sostegno attivo ad alcune associazioni alle quali appartengo da anni e che ritengo benemerite, come l'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, Amnesty International, L'Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti.

 

La realizzazione di questo ponderoso volume, intitolato “Quota periscopio”, è venuta dopo la lettura dell'opera omnia di Friedrich Nietzsche, il sommo pensatore che rappresenta il mio punto di riferimento filosofico. Mi preme precisare, in proposito, che non ne sono stato condizionato, ne’ tanto meno plagiato. Più semplicemente, mi sono rispecchiato nel suo pensiero (è cosa ben diversa). Un pensiero che egli ha espresso con una profondità ed un senso estetico che si sono peraltro rivelati incomparabili e inimitabili. Si parva licet componere magnis (mi preme sottolinearlo due volte) ho tratto ispirazione - ovviamente solo per ciò che riguarda lo schema, l’ossatura, secondo i quali la mia opera è stata concepita - da capolavori come lo "Zibaldone" di Giacomo Leopardi e "Umano, troppo umano", che, assieme a “La gaia scienza”, rappresenta forse l'opera più significativa del pensiero di Nietzsche. Forse ancora più dello "Zarathustra", dal momento che, in tali opere, il filosofo tedesco esplora a 360° tutti gli aspetti dell'esistenza umana, senza trascurarne alcuno, particolarmente avvalendosi di quella capacità di analisi psicologica della quale Nietzsche dà prova di essere abilissimo artefice.

 

Ho scritto poi diversi altri libri, spaziando da un argomento all'altro. Non l'ho fatto per sfoggio di eclettismo, ma più che altro per mettermi un po' alla prova per quanto riguardava la mia capacità (...o meno; sarà il lettore a dover giudicare...) di saperli affrontare in maniera adeguata. E così ho pubblicato alcuni saggi di argomento filosofico, e anche un libro a sfondo autobiografico che aveva per scopo la rievocazione delle atmosfere e dei costumi propri di una certa era da me vissuta (gli anni tra i '50 e i '70 del secolo scorso).

 

Ho scritto anche un racconto di genere sentimentale, (“La storia incompiuta di Stelio e Mila”), ove il termine "sentimentale" non deve evocare alcun cedimento a quei toni sdolcinati e a quel romanticismo mellifluo che sono propri di tanta letteratura da ombrellone. Si tratta, infatti, di un racconto pressoché privo di dialoghi, che indaga la psicologia di due amanti la cui sofferta storia d'amore non riesce a giungere al suo coronamento.

 

Ho anche scritto alcuni libri di carattere tecnico e scientifico, dedicati alla professione che ho svolto. Due di essi sono dei testi didattici universitari che sono divenuti il punto di riferimento, in ambito nazionale, per quanto riguarda lo studio del Campo Visivo. 

 

Nel 2021 ho pubblicato tre libri. Il primo (“Colpito ma non affondato”) è una cronaca della mia personale esperienza del cancro, vissuta alcuni anni fa. Non si tratta certamente di un mero, freddo, diario clinico, anche se gli aspetti “fisici” della disavventura non vengono ignorati affatto, così come la descrizione dell’ambiente ospedaliero, quale lo si percepisce da pazienti, dopo averlo frequentato per decenni indossando il camice. Semmai, viene fornito spazio soprattutto alle emozioni e agli aspetti psicologici che la cosa ha implicato.

 

Il secondo ("La Terra se ne infischia dell'ecologia, ma... soprattutto degli ecologisti") analizza, con spirito socio-psicologico, le motivazioni che sono alla base del movimento ecologista, indagandone le origini più ancestrali. Motivazioni che sono sostanzialmente fatte mie, ma senza che vengano risparmiate critiche - a tratti anche aspre, ma sempre condotte con spiccato senso dell'ironia - nei confronti di certe derive un po' fondamentaliste dalle quali quel movimento è non di rado afflitto. 

 

Il terzo ("La materia non è 'vile'") è un breve saggio di argomento filosofico, ricco di originali spunti di riflessione, che si propone lo scopo di riabilitare la reputazione di una materia che, a causa di un'impronta profondamente scavata nell'inconscio collettivo, si continua ancora oggi a considerare "vile", in contrapposizione alla levità e nobiltà dello "spirito".

 

Del 2022 sono i due saggi “L’intervista che non fu mai fatta” e “Una fortuna cosmica? No. Semmai una sfiga galattica”. Essi si occupano di ambiti diversissimi tra loro, ma sono tuttavia accomunati dall’originalità degli assunti e dal fatto di costituire per il lettore uno stimolo a riflettere su una quantità di temi che vengono affrontati in maniera non solo per nulla scontata e convenzionale, ma anzi dopo avere talvolta addirittura ribaltato completamente la prospettiva secondo la quale abitualmente si guarda ad essi.

 

Nel 2023 ho pubblicato il saggio di argomento filosofico "Alcune argomentazioni sulla non esistenza del tempo", che ripropone uno dei più antichi quesiti che il pensiero filosofico si sia mai posto («Che cos'è il tempo?»), ma che qui trova nuova linfa e nuovi spunti originali di riflessione, grazie alle conoscenze che sono state fornite dalle grandi scoperte scientifiche dell'era moderna (relatività, meccanica quantistica, progressi dell'astrofisica). Ne scaturiscono dei punti di vista piuttosto inediti.

 

Sempre nel 2023 ho pubblicato altre 3 opere, per la cui descrizione rinvio alla sezione di questo sito specificamente dedicata ai miei libri.

 

Nel novembre 2024 ho pubblicato il mio diciannovesimo titolo, “Destinazione orizzonte, un’ampia raccolta di riflessioni che va ad integrare e a completare la mia precedente opera “Quota periscopio”, a suo tempo concepita sulla base di un analogo schema mentale.

 

Dell’aprile 2025 e’ il mio “Meno fede e più ragione” (sottotitolo: “L’unica ricetta possibile per un mondo migliore”), un libello che ha tratto spunto dalla grande ondata di entusiasmo collettivo suscitata dalla pubblicazione del libro di Aldo Cazzullo intitolato “Il Dio dei nostri padri - Il grande romanzo della Bibbia”, pubblicizzato ovunque, tranne (forse) che su Rai Sport… Come pure ho tratto ispirazione dalla recente istituzione dell’”Ufficio per la fede”, voluto dal Presidente degli USA Trump, dall’aver visto una croce di cenere tracciata sulla fronte del suo Segretario di Stato Marco Rubio, mentre questi si trovava in veste pubblica, e non nell’intimità di casa sua. Ecco, individuo una forte impronta involutiva e regressiva, in tutto ciò. Passi per Cazzullo, che si limita a parlare di una sua mezza crisi spirituale che sta attraversando (in realtà non si capisce neanche bene di cosa si tratti…), anche se reputerei più opportuno che determinate questioni rimanessero confinate entro la dimensione personale. Ma ciò che davvero preoccupa me e quelli che la pensano come me è il fatto che un certo tipo di potere politico cerchi di appropriarsi della religione come se fosse “cosa sua”. E mi fa inorridire il sempre più pronunciato “Dio e’ con noi!”, di trista memoria. Si tratta di segnali pericolosissimi. Qui non è questione di essere avversi alle religioni (per quanto mi riguarda, anche gli animisti e gli adoratori del sole hanno tutto il diritto di esistere). Il pericolo sorge quando la politica fa della religione uno strumento di potere, oltretutto privilegiandone una sola tra tutte e mostrando disprezzo verso chi ne professa un’altra o - assai peggio, almeno agli occhi di molti - non ne professa alcuna. E’ per questo che parlo di pericolosa china involutiva, contro la quale mi sono sentito in dovere di dire la mia, pur consapevole del fatto di possedere una debolissima voce. Ma zitto non me ne potevo proprio restare. A prescindere da questi elementi ispirativi, tuttavia, il mio libro intende evidenziare la palese inconsistenza di alcune tra le più note argomentazioni delle quali chi crede si avvale, a sostegno della propria fede. Fede in un Dio per il quale dovrebbe tra l’altro valere - in quanto ente ineffabile e inconoscibile - la celebre asserzione di Ludwig Wittgenstein: “Delle cose delle quali non è possibile parlare si dovrebbe tacere”. Così come vengono smascherati una quantità di equivoci e di fraintendimenti che inquinano sistematicamente il confronto dialettico tra credenti e non credenti, talvolta attraverso il ricorso ad espedienti mistificatori che poco onore rendono a chi se ne avvale.

 

Negli anni scorsi, alcuni miei scritti  hanno ricevuto dei riconoscimenti in occasione di vari concorsi filosofico-letterari nazionali e internazionali. Li ho raccolti in un volumetto intitolato "I miei scritti premiati", pubblicato nel  giugno 2025.

  

Nel maggio 2026 ho pubblicato il mio ventitreesimo titolo, che forse completa e chiude un intero ciclo di ricerca filosofica: "Nichilismo senza angoscia". Si tratta di un'opera per mezzo della quale, dopo un lungo periodo di ricerca e di approfondimento, durato una quindicina d'anni, ho tirato le somme e sono approdato alla sistematizzazione del mio pensiero. Detto in altri termini, dopo avere pubblicato diversi saggi a mezzo dei quali ho affrontato numerosi temi tra quelli che da sempre stimolano la riflessione filosofica, sono giunto ad una sintesi complessiva di essi, aggiungendovi la trattazione di altre tematiche che non erano state in precedenza affrontate. Grazie al fatto che mi considero un outsider - ossia non un vero addetto ai lavori in senso stretto, data la mia formazione medica, dunque essenzialmente scientifica - il lettore non si imbatterà in quella difficoltà, talvolta estrema, di comprensione del testo che tanto spesso caratterizza  le modalità espressive dei filosofi propriamente detti. Ogni argomentazione proposta viene affrontata in forma piana, chiara, comprensibile alla prima lettura, senza che peraltro ciò scada nella banalità e nella superficialità. Insomma, ho cercato di conciliare la profondità della riflessione (non eludibile, in quanto implicita nei temi trattati) con una agevole comprensibilità del testo. Mi auguro di essere riuscito nel mio intento e spero quindi che il lettore apprezzerà la cosa.

 

 

I miei libri sono disponibili (salvo sporadiche, isolate eccezioni) sia in versione cartacea, sia in versione digitale (e-Book formato Kindle), scaricabile online.

 

Visitando la sezione "I miei libri" di questo sito web si reperiranno, oltre alla presentazione di ciascun libro, i link di accesso diretto al sito sul quale sarà possibile ordinare le copie cartacee, oppure scaricare direttamente online, su tutti i propri dispositivi (PC, Mac, Tablet, Smartphone), le copie digitali.

 

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In alternativa si può copiare il link sopra riportato e lo si può incollare nella finestra di ricerca del proprio browser.

 

Grazie dell'attenzione e buona lettura!